Prendimi per mano.
Ma senza strattoni.
Senza sussulti.
Senza fiati.
Solo…
prendimi per mano…
se vuoi.
Poi un giorno, mentre sarò lì in mezzo alle persone,
con la testa vuota e il cuore ingombrante,
tu
da dietro
mi afferrerai il polso
e allora riconoscerò la stretta.
Mi girerò.
E i nostri occhi si guarderanno in un istante eterno.
- Parliamo del silenzio - Che ossimoro…
Non ne vuoi parlare? Tieniteli per te allora i tuoi pesanti silenzi! - ti direi d'impulso.
È che i tuoi pensieri muti sono come folate di vento del Nord che ghiacciano tutto ciò che investono. E si dà il caso che io stia proprio di fronte ai tuoi occhi vuoti, mio malgrado. E mi ghiacci. Tutto quello che non dici mi paralizza. Solo quando sono al di qua del muro, protetta dal tepore della mia stanza piena della mia confusione, riesco a riempire il vuoto della tua presenza assente. Allora voglio dirti che mi infastidisce il modo in cui imponi il tuo silenzio perfino a te stesso. Perché non riesco ad avvicinarti, a sfiorarti, a sussurrarti me stessa. Perché mi fai fallire. E i fallimenti mi fanno incazzare! Mi piego su me stessa, cingo le ginocchia con le braccia e lascio che i ricci mi ricadano sul viso fino a spegnermi il sole. Mentre vorrei scoppiare in una fragorosa risata che riempia i nostri silenzi carichi di disagio e soli nel loro essere in due.
È fastidio quello che provo. Fastidio per non riuscire ad impedirti di impormi qualcosa che non mi va. Fastidio per la finzione poco animata che tu vuoi tra di noi e che io subisco. Non riesco a dominare questa situazione e mi fa incazzare.
Non posso far altro che riempire queste righe per tacerti la mia rabbia, l'insofferenza e la solitudine che mi lasci dentro ogni volta che ti incastri ostinatamente nelle mie giornate.
Mi stufi e mi stanchi. Poi mi attrai con quella chimica malsana che emani e che mi brucia la pelle. Eppure siamo due poli negativi e ci respingiamo. E mi incazzo. E non capisco. E mi piaci. E mai ti vorrei… Ti scrivo la mia confusione, il mio disagio ed il battito aritmico del mio cuore. Ti scrivo la mia insofferenza nei tuoi confronti e di quella sensazione che dal basso ventre scende giù dove il calore aumenta e si fa desiderio, passione, malattia. Ti scrivo da dietro il muro e poi soffio su queste parole per spazzarle via. Forse arriveranno fino alla tua finestra, si infiltreranno tra i buchi della zanzariera e si depositeranno congelate sul pavimento della tua stanza a lasciarsi seppellire dalla polvere e dal peso soffocante della tua indifferenza. O più probabilmente si perderanno nel calore di questa notte che, ancora una volta, sa di Africa e di pensieri inespressi.
- Buonanotte.
- Anche a te.
Ma che cosa sto facendo? Mi sono messa in un gioco torvo e meschino ed ora non trovo più le regole. O forse era il gioco stesso ad essere senza regole. Il campo è quello di un teatrino sotterraneo dall’illuminazione rossa e cupa. Io non sono sul palco però. Il mio gioco si svolge dietro le quinte, fatte di cunicoli, porte e tende che si scostano accompagnate dalle mie mani consapevoli ma incapaci di opporsi. Non posso uscire di qui. Ho perso le regole e non so più come ritrovare la scalinata stretta e ripida che mi riporta in superficie, alla luce onesta del giorno, all’aria pulita della verità. Forse la chiave per uscire è capire cosa voglio e così smettere di aprire pesanti tende in velluto rosso e di spingermi oltre porte di una realtà insana e disonesta. Già, ma se quello che voglio non lo potessi avere? Perché è proprio questo il problema. Quindi come esco da qui? Come si mette fine a questo gioco? Quando si riaccendono le luci? Che forse questo maledetto teatrino non è nemmeno tutto sullo stesso livello. Ho come l’impressione di muovermi lungo una spirale discendente. E non trovando l’uscita continuo irrimediabilmente a scendere sempre più giù, verso il buio tetro e l’aria rarefatta di un accadere fazioso e modellato dalle mie stesse mani viola. Loro malgrado.
Lasciali giacere a respirarsi, volersi e consumarsi, anche se solo per animalesco diletto. Lasciali godere del piacere egoista con cui si avvelenano l’un l’altro, le loro membra liquide mischiate. Lasciali viversi come vogliono. Tu restatene al di qua del muro e spegni gli orecchi tesi ad ogni minimo fruscio del vento. È l’anima che te lo sta dicendo, segui la sua voce per trovare l’uscita dell’infernale teatrino. Smettila di lasciarti frastornare dai brusii del suo silenzio che fa rumore nel cercare un silenzio che non è il tuo, altrimenti non capirai mai da dove viene la voce che ti deve guidare all’uscita. Testarda, stupida, cocciuta, sadica. Oh povera! Orgogliosa e sola. Sei stanca di bastarti. In una notte ubriaca di lacrime e frustrazione sei caduta sull’asfalto umido e freddo a vomitare tutta la tua esasperazione. Al risveglio la tua guancia e i palmi delle tue mani si lasciavano accarezzare dal morbido e suadente contatto con una moquette rossa. Quella dell’oscuro teatrino che hai al di là degli occhi. Ma chissà se mai ti sei svegliata o se ancora giaci sul suolo duro e ruvido di una strada scura e vuota. Mentre ti lasci marcire dentro.
- Stai aspettando di decomporti?
- No, sto cercando la porta giusta.
- La porta giusta?
- Sì, quella dove c’è quello che voglio.
- Non hai capito niente! È solo la porta dell’uscita che devi cercare. Ascoltami! Svegliati!
Ma dove corri? Guarda come sei affannata!
Fatti gli affari tuoi e lasciami in questo teatro rovente, in questa dimensione ovattata, dove le tende sono pesanti e morbide. Che se mi sveglio mi ritrovo infreddolita con le gote graffiate e le ossa doloranti sull’asfalto crudo della verità.
Sarà anche un gioco tetro e crudele, ma proprio non mi va di tornare a tastare terra dura, a respirare catrame e a bagnarmi di pioggia fredda. Almeno qui giù c’è un motivo se il sole non c’è.
Mi siedo lì, ok? Mi metto lì a lasciarmi fare del male. Come si dice? Via il dente, via il dolore, no? Ecco, allora fammi male e non ne parliamo più. Dai, dille quelle belle parole che non dici a me, falle sentire che ti manca e che lei è importante per te. E poi cerca quell’altra, rivolgile quelle attenzioni che non hai per me. Io me ne sto buona seduta lì a guardarti amare.
Ho visto quella sedia vuota nel buio della veranda. Questo sei tu per me. Una sedia vuota. Un vuoto pieno di te. Mi concentro per cercare di non sentire la tua voce che cerca lei per non rovinarmi l’unica cosa che mi hai lasciato di te: la tua assenza. Se questa è l’unica cosa che mi concedi allora me la voglio godere tutta. Lasciami spolpare il vuoto seduto su quella sedia, lasciamelo guardare con occhi trasognati, voglio dirgli che mi sono innamorata, voglio dirglielo con gli occhi, lasciamici avvicinare e sfiorarlo con il fiato e poi riempirmi del suo odore. Perché sei tu che non ci sei lì. Sei tu ed è di te che mi sono innamorata. Te che stai con lei, te che annusi l’altra e poi ne guardi altre cento, ma non me. Sei tu che ti sei alzato da quella sedia per andare da lei. A me hai lasciato solo il tuo niente. Niente, sì, ma è pur sempre qualcosa di tuo e io me lo prendo. Me lo metto tutto in bocca, mastico e mando giù. E poi? Mi libererò di questo feto abortito che è quello che provo per te? Io ci sto a starmene fissa lì a riempirmi della tua assenza, ma per quanto? Che mica posso fossilizzarmi e lasciarmi marcire in questo marasma emozionale nato morto. Il cuore mi serve. Per amare. Qualcun altro che non sei tu. Non so chi e non so quando, ma non sai quanto vorrei che si spicciasse e venisse a liberarmi della tua ingombrante assenza.
Alterno rabbia a rassegnazione. La frustrazione e la delusione dovute alla tua indifferenza mi innervosiscono e allora non ti voglio vedere, mi tappo le orecchie quando parli tu, ti evito sfacciatamente. Però ogni tanto mi dico che in fondo è inutile chiedersi le ragioni, arrabbiarsi, illudersi o sperare e questi sono i momenti in cui accetto la mia condizione e ti fisso aspettando che tu mi faccia male, come se così facendo consumassi le pile del mio sentimento per te. Cerco la fine, in ogni caso so che quello che nemmeno c’è deve finire: ti evito o ti cerco, ma sempre con lo stesso scopo, quello di liberarmi del mio aborto sentimentale il più presto possibile. Stasera ero nella fase della rassegnazione e mi nutrivo pateticamente di quella stupida sedia vuota che sapeva di te. Nel buio ti fissavo codardamente e mi concentravo per trasmetterti un messaggio: “lo senti che sono innamorata di te?”. Non mi libero di te: ti ho sempre davanti agli occhi, nella mente, nel respiro, ti sento e mi pesi. Anche l'ultima notte dell'anno la mia mente cercava di trasmetterti il messaggio del cuore, ma non ti trovava tra le stelle.
L'addio al vecchio anno l'ho dato in un paradiso terrestre, lontano dalla realtà, dalla civiltà, dal mondo, da tutto e da tutti (ma non da me stessa). Davanti al fuoco del falò, sotto l’immensità di un cielo talmente carico di stelle che sembra ti possa crollare addosso da un momento all’altro, dietro il rumore dell’oceano che fa da sfondo ai tuoi pensieri…o forse sono i tuoi pensieri che fanno da sfondo all’oceano.
Mi sono ubriacata di riflessioni mentre mi lasciavo ipnotizzare dal fuoco. Quante volte le cose sono diverse da come appaiono e soprattutto da come vogliono farle apparire. Prendiamo il fuoco: a guardarlo sono veli luminosi che accarezzano legni morti e secchi restituendo loro la vita e accendendoli di uno splendore scintillante. È invitante. Eppure essere bruciati non è così bello e poetico come vuole farci sembrare il fuoco, quando ci inganna con le sue lingue seducenti e colorate. Ecco molti rapporti umani sono fatti di inganni, con tanto di vittima e carnefice, legna e fuoco. Con un’unica grande differenza: che il fuoco è comunque sempre vero, i rapporti umani no. Io sono un esempio perfetto di fuoco e legna, perché la falsità dei formalismi, delle impostazioni, della “buona” educazione, delle convenzioni sociali la pratico da sempre e quando mi ci impegno divento un falò grande e bello; allo stesso tempo la subisco però, sono anche legna secca e inutile da rendere polvere mentre il fuoco se la gode e gli occhi degli spettatori con esso.
Sposto un attimo lo sguardo e non c’è nient’altro che cielo, talmente infinito che i nostri occhi fanno da confine e le stelle, tante, tantissime. Beh le stelle non sono altro che fuoco. Penso come sarebbe una stella se ci si potesse avvicinare ad osservarla e poi mi dico che è impossibile perché ci si brucerebbe. Dunque c’è una distanza limite da rispettare…mi ricorda qualcosa…o meglio qualcuno…qualcuno che mentre faccio queste riflessioni fa la parte della legna con un fuoco sempre troppo astuto e ammaliante per lui e in cui però non dovrebbe stare. E allora, se noi ci avvicinassimo alle stelle, fino al punto estremo, fino a sporgere con la punta dei piedi oltre quella linea che delimita il confine da non oltrepassare, quello che le stelle tracciano per non lasciarsi sfiorare, cosa vedremmo? Probabilmente non molto di più di quello che vediamo dalla nostra spiaggia o al massimo vedremmo una palla di fuoco, come già sappiamo. Mi chiedo dunque: a che serve avvicinarsi ad una stella che non vuole lasciarsi afferrare? A che serve se tanto rimarremmo tristemente ed inevitabilmente al di qua della linea di confine? Non è meglio restarcene lontani ad ammirare lo spettacolo che le stelle fanno ogni notte dalla poltronissima sulla spiaggia? Io credo che nell’impossibilità di andare oltre, sia meglio godersi il proprio biglietto giacché se le vediamo così le stelle è perché è così che ci è dato vederle. Punto. Qualcuno potrebbe obiettare che se ce ne stiamo col naso all’insù in pura contemplazione nessuna stella scenderà fino a noi. Ed è sicuramente così, ma d’altra parte chi ha mai visto un uomo con una stella in mano? Quello di cui ci accontentiamo è solo fuoco, banale e scintillante fuoco dove bruciare un po’, prima di accorgerci dello strano gioco che fa del fuoco il più primitivo e vero degli specchi per le allodole. È che a volte preferiamo bruciarci forte che continuare a stare seduti davanti al falò. Ma non è il mio caso: io, mio malgrado, me ne resto appollaiata davanti al fuoco, intenta a capire se mi voglio almeno scaldare o se preferisco spiare lo spettacolo da lontano. Queste le prime riflessioni del 2009.
E tu sei sempre un’assenza. Sei uno jambé senza suonatore, immobile di fianco a T. Sei una mano che ravviva il fuoco del falò. E sei lontano, sei sempre così distante. Ma preferisco saperti un’assenza che una presenza a fianco a lei mentre le stelle ci ammantano sulla riva dell’oceano, mentre la guardi lasciandoti stupidamente ammaliare, mentre cadi miseramente nel suo gioco di legna e fuoco.
È iniziato il mio viaggio. Era già iniziato…solo che non mi ero accorta di essere sulla nave…o forse semplicemente non mi capacitavo di essere riuscita a prenderla quella nave. Quell’Aldébaran che da La Spezia puntava alle coste dell’Africa, ma senza fermarsi a Marsiglia questa volta. Sono sull’Aldébaran degli anni d’oro e il vento è ottimo. Non ci sono pianisti a bordo, ma incontro milanesi, veneti, napoletani, salentini, marocchini, algerini, tunisini…anche greci e libanesi, certo. I senegalesi e i sierraleonesi li prenderemo su a destinazione. E poi salperemo per un nuovo viaggio. Qualcuno lo lasceremo nei porti di transito…perso dietro le gonnelle di qualche Lalla e Gaby; qualcun altro invece si aggiungerà: salterà a bordo per scappare ai debiti di gioco, ad una promessa troppo grande o fatta troppo frettolosamente, da un monotono soccombere al tempo che scorre senza novità; alcuni saliranno sull’Aldébaran perché è quello che progettano da anni, alla ricerca di una via d’uscita, di una speranza, di una risposta o della salvezza. Ci sarà qualcuno più motivato e qualcuno che ha solo voglia di farsi ascoltare mentre improvvisa le sue ottave in rima ripercorrendo l’Odissea. Ma non fa niente…questa è la nave che attraversa il Mediterraneo su quell'onda dove si vola / tra la scienza e la leggenda / del flamenco e della taranta / e fra l'algebra e la magia.
Abbiamo tutti una storia da raccontare, anche se c’è chi ha voglia di tenerla per sé, chi ha solo bisogno di tempo e chi cerca il momento giusto per dire la sua tra una pausa e l’altra di quello a cui invece non basterà tutto il viaggio per parlare di sé. Il turco non farà che parlare a vanvera della sua amata che lo attende, mentre lui sventola il suo amore per lei e intanto s’innamora di una prostituta. Il libanese sarà vittima di se stesso, per non saper raccontare di sé e per non essere in grado di conciliare il passato col presente. Mentre il greco non parlerà mai di sé, ma solo del Mediterraneo: pour lui, cette mer était orientale et occidentale. Mais elle était une. Unique.
navigando tra nord e sud
tra l'oriente e l'occidente […]
e quel viaggio che non smette mai
che il Mediterraneo sia.
Ci sarò anch’io…e questo mi onora, mi eccita e mi spaventa. E la mia storia sarà quella della mia vita e anche quella delle persone che ho incrociato…di tutti quei libanesi, senegalesi, algerini, siciliani, salentini, napoletani, greci che ho incontrato e di quelli che incontrerò, di quelli che ho salutato sul molo quando sono partita ma che non sono voluti salire sull’Aldébaran perché aspettavano un’altra nave o perché il mare non fa per loro, di quelli che aspetteranno il mio ritorno e di quelli che non vedevano l’ora che partissi. Parlerà di tutti il mio racconto e sarà lungo quanto il viaggio stesso perché sarà il viaggio. Magari litigherò con il turco e forse mi andrà male quando mi scontrerò con il libanese (anche perché lui, con tutto il rispetto, è il capitano dell’Aldébaran): parleremo di Patria o velo e della neve su Kars, di culture, di religione, di politica e m’incazzerò quando qualcuno tirerà fuori le razze, ma poi al calare del sole, scaldando il solito cibo in scatola e bevendo del vino, rideremo tutti nella stessa lingua e danzeremo le stesse melodie. Consci del fatto che qui était l’étranger de qui, une fois en mer ?
Andare, andare, simme tutt'eguale
affacciati alle sponde dello stesso mare
e nisciuno è pirata e nisciuno è emigrante
simme tutte naviganti
Aller, aller, il n'y a pas de barrière
nous sommes tous enfants de la même mer
il n'y a pas de pirate il n'y a pas d'émigrant
nous sommes tous des navigants
Io scenderò ad un certo punto dall’Aldébaran...nella speranza che ripassi da Freetown, però...a riprendermi, perché allora avrò bisogno di un altro lungo viaggio per raccontare tutto quello che mi è successo, per ascoltare le vite dei vecchi e dei nuovi dell’Aldébaran e per bere vino e danzare e cantare con loro, mentre quello che non vuole essere disturbato continua ad osservare me che rido, il senegalese che suona lo djambé e la turca che balla con l’algerino.
Che il Mediterraneo sia
la fortezza ca nun tene porte
addo' ognuno po' campare
d'a ricchezza ca ognuno porta
ogni uomo con la sua stella
nella notte del dio che balla
e ogni popolo col suo dio
che accompagna tutti i marinai
e quell'onda che non smette mai
che il Mediterraneo sia.
Mi vedo camminare con il viso rivolto all'indietro, la pelle bianca, quasi trasparente e due solchi rossi lungo le guance, mentre cerco di non lasciare andare qualcosa che non riesco nemmeno più a vedere.
È stato nel buio assoluto di un mondo in cui esistevamo solo noi che è avvenuto tutto.
Facevo quasi fatica a vederti…solo la tua voce mi diceva che eri di fronte a me, ma d’altra parte…le luci le avevi spente tu. Mi hai soffiato addosso tutto il tuo gelo, incurante del freddo che avrei provato…proprio come la Bora quando investe le città, le case, le persone e se ne fotte. Le mie parole non ti hanno nemmeno sfiorato. Non so se perché sono rimaste impigliate tra i miei vasi arteriosi o se si sono schiantate contro il tuo vento gelido. In ogni caso, non sono mai giunte a te…o le hai ignorate, stupido?
E poi, tutto d’un tratto, la bufera s’è placata. Siamo rimasti solo un gran freddo, il buio pesto ed io…e nel silenzio assordante della tua assenza, il mio respiro. È allora che è successo. Non avevo altra scelta. O forse sì, ma la mia mente è schizzata di colpo, proprio come il sangue dei nostri figli quando li ho sgozzati.
E ora piango in un bisbiglio il loro sangue che è sulle mie mani e non se ne va. È sul mio viso, sul collo, nei capelli e non si lava. Puzzo di sangue, puzzo di morte e nessun sapone riesce a lavare via l’odore acre di questo infanticidio.
N o n s e n e a n d r à m a i
E come al solito mentre tu te ne vai per il mondo, io resto impigliata tra le maglie di una rete bastarda piena di cadaveri, senza sapere se mai riuscirò a fuggire o se il mio corpo si aggiungerà esanime a quei morti blu.
Maledetta ruota! Ma dove cazzo è il libretto delle istruzioni? E se fosse un difetto di fabbricazione? Inizio a pensare che sia così…il problema è che nessuno te la cambia…Ti è stata data quella ed è così: o quella o niente. Bella inculata, dico io!
È vivo?
Lei mi abbraccia e scoppia a piangere.
È vivo? Piango anch’io ora.
Dimmi che è vivo…
L’interrogazione di filosofia. Forse è meglio che oggi tu vada da lui. Il mal di schiena. La tosse…polmonite…sì…Il cinese. Ahi ahi, Ian, mi fai male!! Ahi! Ieri sera ha mangiato i gamberoni. Glieli hanno fatti vomitare. L’ospedale. Se esco di qui ti ci porto. La pelle. Ho le mani da malato. E menti sapendo di mentire. Ho preso 9/10 in inglese. 10 in letteratura latina. Il Bassini. La carrozzina. Il saluto dalla finestra. Il San Gerardo. Quella stanza. E l’altra. Stupide preghiere. Blocco renale. Rantoli, non respiri. Si dice che appena sono morti sentano tutto, digli adesso quello che hai da dirgli. Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché?
Avevano una gara. Alla partenza lui ha guardato negli occhi suo cugino. Il falchetto n. 3 si è accorto che il suo sguardo era strano…stranamente teso. Il via. Un rombo assordante e tutte le moto partono. E poi? “Ha avuto un incidente. È in ospedale qui a Rijeka”.
Era alla fine di un rettilineo, imboccava la curva ad altissima velocità. C’era una moto a terra proprio a metà della curva. Il circuito non era a norma. Forse l’ha pensato…in quella manciata di secondi. Forse è per questo che non ha lasciato andare la moto. Ha perso tempo a pensare…al fatto che non c’erano le protezioni, a lei a cui non aveva ancora detto che l’amava, a lei che sapeva di fragola. E poi è stato troppo tardi.
Hai visto, ha vinto Alemanno a Roma. Non ci posso credere. Già. Ah, ma hai più letto i ringraziamenti che ho messo nella tesi? E poi hai letto il mio cuore? Il mio ringraziamento per te stava lì, l’hai visto? Ma quand’è che torni? No…lo so che non torni. Che condanna…è così con tutti gli uomini della mia vita, sai: sono sempre io a doverli raggiungere. Comunque per adesso non raggiungo nessuno, papà, voglio andare in Africa a fare il servizio civile.
Pensate a lei, pensate alla bambina.
No, ti prego, vita…questa volta no!
È madre, ora. È una bravissima madre, hai visto? Sembra nata per fare questo. La mamma era così? Ora è lì con lei.
Mi hai abbracciata in portineria. Io rientravo e voi uscivate. Tu non hai detto niente, mi hai solo abbracciata e hai pianto con me. Io me lo ricordo che piangevi come un bambino mentre gli tenevi la mano. Ma poi non hai visto tuo fratello piangere quando te ne sei andato tu. Io tuo fratello non l’ho mai abbracciato. Non ho mai pianto insieme a lui. Ma tu lo hai fatto con me. Avevi una felpa blu.
E adesso come glielo dico?